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martedì 1 luglio 2014




di Emilia Gatti 

Basta con le fantasie! Basta con le notizie inventate! Basta con gli articoli pieni zeppi di sciocchezze! Basta! 



Non se ne può più! In questi giorni abbiamo davvero toccato il fondo: un'intervista è stata riportata in modo assolutamente falso, mettendo insieme in modo scoordinato le risposte a domande differenti fino a far diventare le parole di Marco Mengoni surreali (“faccio sesso quando non ho il cellulare vicino”), quando non offensive visto che chi parla è un musicista (“la mia canzone preferita è Life on Mars di David Bowie e parla di corteggiamento”). 



E si potrebbe andare avanti così riempiendo pagine e pagine, ma visto che noi di “notizie false” non ne vogliamo dare, preferiamo postare le immagini di quanto di meglio è stato scritto nelle ultime 48 ore. E cominciamo con l'articolo che pubblica la foto di una fan tutta contenta di aver incontrato il suo idolo alla stazione di Milano. 


Leggendo l'articolo, potete venire a sapere che Marco era in stazione per andare a trovare i suoi genitori, con tanto di indicazione di treno e di cambio per la sua destinazione finale.

Peccato che Marco, in realtà, è partito qualche ora dopo per Los Angeles... 


E mentre continua la saga costruita sull'intervista rilasciata al magazine spagnolo Divinity (video intervista con risposte in italiano) ecco che si avanzano nuove perle "giornalistiche", come quella che prende spunto dal post con cui Mengoni saluta i suoi fan poco prima di salire sull'aereo che lo avrebbe portato oltre oceano. 


Leggete con i vostri stessi occhi: 


Fin qui, tutto abbastanza divertente e innocente, però man mano che le ipotesi avanzano ecco che il veleno raggiunge l'orlo fino a traboccare: 


No comment. Noi però ci scusiamo con gli abitanti di Ronciglione per aver riportato questo stralcio: lo abbiamo fatto solo per dissociarci. Sì, visto che non possiamo impedire che chiunque scriva quel che gli pare sul web (la libertà di internet la difenderemo con le unghie e con i denti), possiamo però prendere le nostre contro-misure. 

Non condivideremo più nulla che non sia corretto. E per corretto intendiamo esatto, vero, giusto, preciso. Basta con lo "schiaffa Marco Mengoni in pagina" al solo scopo di calamitare l'attenzione del suo Esercito, così da collezionare visualizzazioni e partecipazione. 

Basta con i post scritti al solo scopo di infiammare polemiche e con il gossip esasperato e con tutti i mille trucchetti che in questi anni abbiamo letto al solo scopo di avere le nostre condivisioni. Basta. 

Ora non ci faremo più abbagliare da titoli forti, da tweet pruriginosi. Ora ignoreremo tutti gli articoli di ogni blog/sito/magazine/quotidiano che oltrepassino il confine tra "curiosità" e "sberleffo". Perché Marco Mengoni merita rispetto. E anche il suo Esercito.

Sgrunt!

 
read more "C'è chi dice NO!"

lunedì 7 maggio 2012

Marco Mengoni sul palcoscenico del Teatro Politeama
Palermo, 5 maggio 2012 - ph_Eleonora Berlinghieri


 

... Talento vocale
unito ad una inattesa, bella, elegante
prova teatrale
Ovvero rappresentazione scenica (smorfie, sorrisi, atteggiamenti fisici)
di uno spettacolo
per sola musica
ed emozioni...



“... Un giocatore lo vedi dal coraggio, dall'altruismo e dalla fantasia...” diceva De Gregori nella sua La Leva Calcistica del '68. È da qui che bisogna partire.

Dopo i due concerti siciliani, non è possibile prescindere da un discorso molto più ampio, che parte da questo “particolare” per provare ad approdare ad un concetto più generale di “arte” e “artista”.
Iniziamo dalla base. Dagli elementi essenziali che contraddistinguono un artista di successo. 

1) Fantasia, talento. Talento naturale e straordinario, come prima cosa. Devi averne, devi averne tanto, devi averlo nel dna. Non è una tecnica che si impara, o una forma che si assume. No, non nell'arte. Non nell'arte più liquida ed eterea che ci sia: la musica. Ascoltate dal vivo The Fool on the Hill interpretata da Marco Mengoni. Non ci sono effetti speciali, non ci sono acuti, sovracuti, “svisi” e ammennicoli vari: è perfetta. Una piccola lente di ingrandimento ferma su un punto che scatena un incendio. Ogni dubbio, ogni incertezza restano lì, polvere carbonizzata pronta a dissolversi nel vento. 

2) Altruismo come physique du rôle. Nel senso di capacità di “darsi” con una forte presenza scenica. Capacità di sorridere sempre con sincerità da sopra un palcoscenico, o dietro una telecamera e lasciare con il fiato sospeso ogni singolo spettatore. Schiettezza, trasparenza di intenti, un pizzico di sana presunzione, eleganza innata, senso della misura. Possesso della forza – anche questa direttamente per dotazione genetica – di lasciarsi attraversare da sguardi, flash, curiosità. Anche fisicamente indeboliti da una febbre alta e improvvisa, bisogna salire su un palco, dare al pubblico tutto quello che si ha e un po' di più, ma senza nascondere il malessere fisico, offrendo di sé fino all'ultima goccia di energia. Senza cercar di barare, aprendo le braccia e mostrandosi semplicemente. Guardate Dall'Inferno eseguita da Mengoni sul palco catanese: avrebbe potuto evitare di suonare il tamburo a conclusione del pezzo, lasciando ai suoi bravissimi compagni di viaggio l'intera esecuzione della parte ritmica. No. Non si è tirato indietro. Quello che aveva lo ha messo lì, sul piatto. 

3) Coraggio. Perché bisogna saperci fare. In un mondo di allenatori, bisogna saper dribblare, rischiare la discesa che sembra più giusta, calibrare il tiro e provare a insaccare la porta. Sapendo che domenica saranno comunque tutti lì, al bar, pronti a giudicare, analizzare, vivisezionare ogni passaggio, ogni cross, ogni finta. Come nel calcio, come nel mondo dell'arte, come nella vita. E ci vuole pelo sullo stomaco. Assistete ad un live di questo Tour Teatrale: analizzatene la costruzione, la sequenza dei brani, la prontezza nell'appropriarsi di uno spazio – quello teatrale – affrontato per la prima volta, e ogni volta in modo diverso ché i teatri hanno suoni e palcoscenici diversi. E pubblico diverso. Eppure Mengoni chiude il sipario tutte le sere davanti ad applausi scroscianti e standing ovation. Perchè lo spettacolo, messo su con il coraggio del “vi racconto chi sono senza nascondimenti”, è uno spettacolo che funziona. Questo come quello più generale che lo vede protagonista da tre anni. 

Tre anni fa la televisione ha acceso le luci su un ragazzetto con una voce strabiliante e di bell'aspetto. In questo mondo veloce in cui niente dura più di un tweet, questo ragazzino, accolto da un primo tour di grandissimo successo, avrebbe potuto scegliere la strada più comune: un primo vero disco pieno di canzoni usa-e-getta, un paio di storie d'amore con la rima in cuore e melodie formato chewingum (di quelle che ti entrano in testa e ti si appiccano come gomme da masticare). Un amore disperato da gridare a un microfono sotto i suoi occhioni da cerbiatto e il gioco sarebbe stato facile.

No. Lui ha scelto Solo (Vuelta al ruedo), un brano lungo, un concetto lontano anni luce dal mondo delle canzoni di plastica, con un'interpretazione sofferta, trasfigurata.
Ecco che il sistema fa tilt. 

Chi è questo ragazzino? Ma chi si crede di essere? Avrà sì una bella voce, ma è troppo bello per cui dovrebbe stare giù nella fossa dei personaggi televisivi da tirare fuori per abbellire uno show! Per di più, non finge, non risponde alle domande che non gli garbano, mette in difficoltà i presentatori, si veste come gli pare perché si ostina a dire che fa il cantante e non il modello... E per giunta, incide una canzone con cui svela il suo pensiero (ironico sì, ma lo ha capito solo chi è dotato di senso dell'ironia) sul rapporto fin lì costruito con il mondo dello showbiz. 

Ignorato dalle radio, con gli articoli sui giornali (per la stragrande parte) l'uno copia dell'altro, con i titoli ad almeno tre colonne ottenuti solo in caso di vittoria di premi importanti (e non sempre), Mengoni non si è mai fermato un attimo. Ha riempito il Forum di Assago e il Palalottomatica di Roma. Ora riempie i teatri, continua a conquistare titoli, ed è sempre più ammirato, amato e osannato da chi lo ha scoperto tre anni fa come da chi lo ha scoperto solo lo scorso 5 maggio a Palermo. E questo è quello che conta per davvero. 

Ha chiuso la prefazione della sua carriera lo scorso 15 aprile in quel di Castelleone, laddove ha inziato a scrivere il primo capitolo di quello che si annuncia essere un gran bel libro con tante, tante, tantissime pagine. Ha riposto in una scatola i led di una giacca di pelle che gli veniva troppo stretta per accendere un solo riflettore su di sé. 

Ascoltatelo. Ascoltatelo in quel gioiello di Rehab, voce e ritmo cardiaco per un brano che commuove per bellezza e intensità. Ascoltatelo e guardatelo su un palcoscenico mentre inanella i suoi pezzi uno dietro l'altro, dalla mordibissima Tonight a una ritrovata Stanco senza dimenticare di dare uno sguardo al passato, omaggiando quella Dove si vola che lo ha avvicinato allo start della sua vita professionale. Ammiratene le evoluzioni da trapezista ne L'Equlibrista, fin quando con un balzo potente atterra nella gabbia dei leoni per affrontare Innuendo, piccolo omaggio a Freddie Mercury. Ascoltatelo e guardatelo fare il giocoliere con i medley così come con le nuove armonie delle canzoni del suo Solo 2.0.

Talento vocale unito ad una inattesa, bella, elegante prova teatrale. Ovvero rappresentazione scenica (smorfie, sorrisi, atteggiamenti fisici) di uno spettacolo per sola musica ed emozioni. Dalla gioia al tormento, dalla rabbia alla voglia di riscatto. Guardate l'interpretazione di I can't help falling in love with you. Quasi un tableau vivant che tradotto in bianco e nero sembra uscito dagli anni Cinquanta; oppure guardatelo mentre interpreta con ogni parte del corpo la “sua” Psycho Killer ad alto voltaggio. Ascoltatelo scherzare con il pubblico, guardatelo mentre si pavoneggia (termine usato con tanta ammirazione) su In Un Giorno Qualunque, ultimo brano in scaletta eseguito supino con le gambe sollevate da terra oppure piegandosi all'indietro mentre sta in ginocchio sul palco: non è affatto facile a farsi senza incrinare mai, neppure per un secondo, la voce, strumento che “suona” pieno e preciso fino all'ultima nota. 

Sì, Marco Mengoni non è più il ragazzo che ha tenuto compagnia a milioni di persone tutte le sere ad ora di cena per tre mesi. Non è più il giovane bellissimo che ha scatenato guerre alle transenne del suo primo tour. Non ci sono più code di coniglio da scodinzolare o ballerine di samba a cui accompagnarsi (perfette per quel tempo e per quell'occasione). Ora c'è un professionista della musica, con la sua strada da percorrere, con il suo modo di affrontare note, parole, interviste, pubblico e sentimenti. Un suo modo che è già oltre il nostro orizzonte. 

Bisogna affrettare il passo per stargli dietro. Sceglierlo per quello che è, dalla mezza calzetta del Teatro Valle all'arguto coniatore di neologismi, dal ragazzo disponibile che firma autografi e si ferma a chiacchierare volentieri quando può, al professionista che alla fine di un concerto lascia il palco per conquistare il suo meritatissimo riposo. 

Bisogna capire che non è fondamentale se le radio lo passano una, due o venti volte; non è fondamentale che vada o no a Sanremo, non importa se e cosa scrivono di lui. Quello che è davvero importante, per chi ha e avrà voglia di seguirlo, è che Mengoni abbia sempre una emozione da regalare al pubblico che avrà davanti sera dopo sera. 

Fino ad ora questo è quanto è successo, questo è quanto ha regalato a Marco Mengoni un fanclub che si muove in massa da una radio all'altra ripagando con migliaia di ascolti in più le emittenti che inseriscono in programmazione le sue canzoni; che esaurisce le copie dei giornali che lo citano; che si traccia nei picchi di share delle trasmissioni che lo ospitano, che si trasforma in quell'abbraccio sincero e affettuoso ad ogni suo live. 

Marco Mengoni è l'artista che non ci si aspettava, che non ci si aspetta e che invece è e c'è. Possiamo solo esserne orgogliosi e vantarcene.


(qui tutte le indicazioni su dove acquistare on line i biglietti  per le prossime date del Tour Teatrale 2012 > http://durimarcomengoni.blogspot.it/2012/05/comedove-i-biglietti-per-i-suoi.html )
read more "L'artista che non ci si aspettava e che invece c'è"

sabato 28 aprile 2012



Come a voler guardare dietro
un ipotetico sipario, siamo andati a curiosare nella scaletta del tour teatrale di Marco Mengoni. Abbiamo trovato le chicche
che il Nostro ha tirato giù
dallo scaffale e abbiamo pensato di offrirvele, accompagnate da una piccola scheda, per provare
a percorrere la strada che ha condotto Marco alla sua scelta...



(cliccando sui titoli, potrete ascoltare le versioni originali registrate o live)


I can't help fallin' in love with you
di Elvis Presley. La melodia è tratta da un brano del primo ottocento francese,
Plaisir d'amour, che già all'epoca ebbe grandissimo successo e viene ancora eseguito da cantanti classici. Rielaborata per Presley nel 1961, fece parte della colonna sonora del film Blue Hawaii e come singolo ha venduto più di un milione di copie. L'artista l'amava molto e la usò per un decennio come ultimo brano dei suoi spettacoli.
Tra le varie riprese di questo brano (Perry Como, Doris Day e perfino Bob Dylan) spicca quella in versione reggae del gruppo inglese UB40 che nel 1993 la portò nuovamente in vetta alle classifiche.


Sunny
di Bobby Hebb, è una delle canzoni più popolari ed eseguite degli ultimi 50 anni. Scritta dall'autore nel 1963, fu però pubblicata solo nel 1966. Hebb dichiarò che due fatti terribili successi in quell'anno (l'assassinio di J.F. Kennedy a Dallas e la morte del fratello maggiore dell'autore, Harold, ucciso fuori da un locale di Nashville) lo rattristarono talmente da spingerlo a cercare una luce di speranza che lo aiutasse ad andare avanti. Ebbe un tale successo che Hebb nel 1966 andò in tournée con i Beatles. Questo brano è stato riproposto da moltissimi artisti tra cui: Cher, Josè Feliciano, Stevie Wonder, Ella Fitzgerald e Marvin Gaye.




Signed sealed and delivered: I'm yours
di Stevie Wonder. Pubblicato nel 1970 dall'autore - appena ventenne - per la storica etichetta TAMLA della Motown records, è stato il primo brano autoprodotto dall'artista e gli ha fruttato la sua prima candidatura ai Grammy Awards, che
in quell'occasione non vinse. Il brano però rimase per sei settimane in vetta alle classifiche americane. Il titolo deriva da un'esclamazione che la madre di Wonder, Lula, fece dopo aver ascoltato la melodia composta dal figlio. È uno dei brani preferiti del presidente Obama, che lo ha voluto come colonna sonora della sua prima campagna elettorale. È stato riproposto da moltissimi artisti tra cui Peter Frampton, Chaka Khan, James Taylor e i Blue.



Move over di Janis Joplin. Pubblicato nell'album postumo Pearl (del 1971) che fu primo in classifica per nove settimane negli USA ed ha venduto più di quattro milioni di copie. Poco prima della sua morte, l'artista aveva dichiarato durante un'intervista a Rolling Stone “Sono vittima della mia interiorità (…) sono piena di emozioni da liberare, e se sei su un palco e tutto funziona, e il pubblico è con te, allora percepisci cosa significa essere un tutt'uno”. Brano intenso e a volte rabbioso, esprime la ribellione nei confronti di un uomo che va e viene dalla sua vita senza tener conto dei suoi sentimenti.




Nutbush city limits
di Tina Turner.
Brano autobiografico del 1973, parla
della piccola città del Tennessee in cui Tina è nata e della vita limitata e ripetitiva
che vi si conduce.
Oggi, parte della 19-Highway
che l'attraversa è stata chiamata Tina Turner Highway. Ultimo grande successo condiviso
col marito-tiranno Ike, dal quale si separerà subito dopo, l'artista lo reinciderà diverse volte, almeno una per decade, e costituisce uno dei titoli sempre presenti nei suoi spettacoli. 



Beware di Ann Peebles, pubblicata
nel 1975, ha sofferto della vicinanza
con i più grandi successi della sua autrice:
I can't stand the rain e I'm gonna tear
your playhouse down
.
Nata a Saint Louis nel 1947, la Peebles
è una delle figure di riferimento
della musica soul, ammiratisssima
da John Lennon. Insieme al marito
Don Bryant, crea e produce i Memphis soul albums con la propria casa discografica. Energica, forte e decisa, ha ispirato molte altre cantanti di maggior successo, quali Tina Turner che ha spesso interpretato dal vivo i suoi brani.




Innuendo dei Queen. È la traccia iniziale dell'omonimo album del 1991, e il titolo significa “allusione, insinuazione”.È un brano caratterizzato da una grande contaminazione di stili: hard rock
con aperture sinfoniche, flamenco
e progressive.
È stato definito "la Bohemian Rhapsody degli anni '90". Contiene due storici assoli da parte di Brian May, uno flamenco (insieme a Steve Howe degli Yes), e uno di chitarra elettrica. Freddie Mercury, che non si esibiva più dal 1986, partecipò al videoclip già malato in fase terminale, e questo brano non fu mai eseguito dal vivo. È considerato un testamento spirituale dello stesso Mercury, che fino a pochi mesi prima aveva negato la propria malattia:"You can be anything you want to be/ surrender to your ego, be free, be free".




The switch dei Planet Funk. Brano del 2002 del gruppo napoletano, in attività dal 1999, che mescola il rock alla electro-dance e vanta collaborazioni internazionali
di livello quale quella coi Simple Minds.
Nel 2011 hanno rielaborato ed inciso These boots are made for walking di Nancy Sinatra per la colonna sonora del film La kriptonite nella borsa.





Rehab di Amy Winehouse. È il primo singolo estratto dall'album Back to Black, pubblicato il 23 ottobre 2006 dalla Island Records e che ha venduto circa 150.000 copie in Gran Bretagna, considerando sia le vendite commerciali sia il download legale.
Scritta dalla stessa Winehouse e dalla poetessa e musicista americana Erzsebet Beck, Rehab parla del suo rifiuto di andare in clinica per disintossicarsi dall'alcool, come i suoi manager le avevano richiesto. Il video musicale è stato diretto da Phil Griffin ed ultimato nel settembre del 2006. Il clip è ambientato in una sorta di vecchio ospedale decadente, con la band della cantante che suona in vestaglia e pigiama. I versi "It's not just my pride / It's just ‘til these tears have dried" esprimono il senso dell'intero pezzo.











 








read more "Sfogliando la scaletta dello show..."

domenica 22 aprile 2012






Sulla prima del tour teatrale
di Marco Mengoni
agli Arcimboldi del 19 aprile scorso,
uno spettacolo che sembra
spingerci a salire e scendere
una scala a chiocciola
lungo le umane emozioni


 

 

 

 

 

 

Certo, bisognerebbe iniziare dalla cornice. Il teatro, la gente, l'occasione... Ma tra i miei ricordi più vividi non c'è nulla di tutto questo. C'è solo un palco acceso da fasci di luce morbidi e colorati, con al centro la proiezione olografica di tutte le mille e più emozioni che un essere umano possa provare. Ed è troppo per poterne discutere “a caldo”. 

Bisogna far sedimentare tutto lo stupore che si scatena alla prima nota e che, invece di trovar pace e una sua armonia, continua a esplodere, continua a ri-crearsi, ri-generandosi ad ogni respiro. Non c'è tregua per chi è disposto a lasciarsi andare. Non c'è pace per chi si abbandona sulla poltroncina – strettissima nell'occasione – aprendo ogni singola cellula a quanto arriverà dal palco...

Ecco, i tasti del pianoforte dell'inizio di Tonight si trasformano in una ripidissima scala a chiocciola. Una vertigine di note secche e silenzio. Il primo giro di accordi apre la porta di un mondo in cui ci sembra di non essere mai stati, un mondo personale fatto quasi tutto di specchi e di ombre, ancora tutte da decifrare, come quella che si cela dietro un leggero drappeggio. Il suono di una tromba elegantissima lo strappa, il palco si illumina di energia. È materia allo stato primordiale: basta lasciarsi raggiungere senza far resistenza, e la materia riempie ogni vuoto d'anima. Si plasma all'interno delle nostre emozioni e le trasforma, con il calore che solo le belle fiabe sanno dare. 

Si sogna. Si sogna per quasi tre ore, complice una mimica attoriale che rimanda al più grande italiano di tutti i tempi. Domenico Modugno, sì, parliamo di lui. Lui che ha saputo portare sul palco, con medesima eleganza e concretezza sia la musica più struggente che quella più ironica, imprimendo una velocità tutta nuova all'Italian Style, proiettandolo molto al di là delle Alpi in un vorticoso giro del mondo che ancora non si arresta.

Inattesa, una capacità interpretativa anni 50, dalla gestualità fisica fino all'uso della voce, cambia lo scenario e ci culla con dolcezza e con sicurezza. Non abbiamo paura di niente, neanche di noi stessi mentre da lassù qualcuno riscopre, riaccende, restituisce una ragion d'essere a un classico come I Can't Help Fallin' In Love with You. Fino a ieri intoccabile perché troppo abusata, oggi piccolo immenso gioiello di classe vocale e di impatto emotivo; così come convince l'ardita Innuendo, solo un cenno per rispetto al suo autore, che piace e scuote e scompiglia. Più di quanto lo facciano le nacchere suonate a finir la collezione delle percussioni. Su quel palco ne abbiamo viste alcune davvero inusuali – come il triangolo, ad esempio – a raccontare la ricchezza musicale dello spettacolo, un live ad altissima densità. 

E lo stupore, anche se sono passati giorni, non si è placato del tutto. Ad ogni ricordo si aprono varchi di sorprese, di ritmi serrati o di lunghe note di sax, o di corde tirate di un contrabasso elettrico suonato con piacevolissima maestria.

The Switch, dei Planet Funk, e Fool On The Hill dei Beatles; Natbush City Limits dei Turner e una nuova versione dell'Equilibrista, limpidissima. È uno strano gioco ad incastri, dove pezzi spigolosi si incastrano perfettamente con le rotondità di altri, perché come l'energia trasforma la materia, questa materia sonora trasforma a suo piacimento l'energia che si respira, liberandoci dalla fatica dell'agire per lasciarci sognare tutto quello che vogliamo, con inebriante leggerezza.

Non siamo abituati a tanto. Abbiamo bisogno di tirare un respiro profondo. Non bastano i 15 minuti di pausa al centro dello spettacolo, perché i primi 10 vanno via solo per riprendere contatto fisico con l'ambiente, e gli altri 5 – troppo pochi... non bastano giorni – a cercare di capire cosa sia successo. 

Le luci si spengono di nuovo. Si ricomincia a volare. Poi, ecco una stella su cui aggrapparsi con forza: è Rehab, omaggio ad Amy Winehouse, confezionato come il regalo più bello. La voce di Marco Mengoni si lancia senza rete in mille evoluzioni che neppure il più esperto trapezista affronterebbe a cuor leggero. Lui sì, senza altra musica se non quella prodotta dal battito di mano a tempo dei suoi musicisti (e il fondamentale apporto della grancassa della batteria). È un passo a due con un partner invisibile. Struggente, malinconico. Magnifico.

Così come lo è la versione aggiornata di Dall'Inferno, proprio lì, giù, in fondo a quella scala a chiocciola strettissima che saliamo e scendiamo per tutto il concerto. Sì, alla fine abbiamo il fiato corto. No, non c'è una sola briciola di stanchezza. L'energia che ci ha attraversato ci ha rigenerato. Ci ha portato dietro le nostre ombre più scure e le ha trasformate in luce. Ora siamo pronti a volare, proprio come cantava Modugno. 


Sul palco:
Marco Mengoni > voce, nacchere, tamburo, gong
Cristiano Norbedo > tastiere e tamburi
Federico Mansutti > tromba
Federico Missio > sassofoni e triangolo
Stefano Calabrese e Peter Cornacchia > chitarre
Giovanni Pallotti > basso e contrabasso elettrico
Davide Sollazzi > batteria


read more "Lo stupore che fa volare"

martedì 20 marzo 2012

Il Matto - Arcano Maggiore
dei Tarocchi


Eccolo. La sveglia, la fretta, la macchina, la strada, l'appuntamento, le amiche (sorrisi e abbracci) e poi l'autostrada, il navigatore, la città. No, “la” città. Si può entrare in centro, qualche santo ci fa trovare parcheggio in un vicoletto in cui si passa a stento. E poi camminare, guardare, mangiare qualcosa, arrivare - e mancano ancora tante ore.

Aspettare. Aspettare. Aspettare.
Il teatro stupendo, pieno di respiri, centinaia migliaia di respiri di artisti che hanno incantato il tempo con piume di pause e di suono. Poca luce, come è giusto in un luogo di magie. Passa questo e quello, alcuni parlano, altri suonano. Ma il cuore è lì che vuol dire una parola sola: eccolo.
Stropicciato, emozionato, forse un po' intimorito ma perfettamente a proprio agio in quella foresta di violoncelli. Un calzino a mezza gamba, uno a metà piede. Ho capito. Niente travestimenti, niente ruoli, niente parti: la pelle a contatto con le assi vibranti di quell'antico galeone che solca i sette mari della bellezza e del glorioso inganno dell'arte. I capelli ribelli perfino a se stessi, gli occhi inquieti pronti a seguire il sorriso che sembra andarsene in giro per la sala dotato di vita propria, del tutto incurante delle convenzioni che lo vorrebbero guidato dalla disciplina dell'occasione.
Lui non è qui per rispondere. Odia rispondere. È qui per vedere cosa succede e, se mai, partecipare ad un gioco, ad una serie di indovinelli a cui solo l'anima folle e pellegrina del musicista può intrecciare una risposta. Non sono qui per noi, sono qui “con” noi del pubblico, che senza sapere come ci troviamo a cantare e a fischiettare, a battere le mani e i piedi, a ridere e a fare “oooh” con la bocca tonda davanti alle magie di quei signori che buttano per aria i violoncelli e ci suonano l'anima così come non pensavamo ancora che potesse suonare. Dopo tanto tempo. Dopo tanta fatica e tanto dolore. Dopo tutto quello che ci fa specchiare di grigio la mattina e di nero la sera.

“Il Matto è una persona giovane, vestita di stracci, che cammina verso l'orlo di un precipizio. La sua testa è rivolta verso l'alto, le braccia allargate. Porta con sé un fagotto appeso all'estremità di un bastone. Nella mano sinistra tiene un fiore bianco. Il sole splende sopra di lui, e un cagnolino bianco lo accompagna. La carta rappresenta un individuo che sta per iniziare qualcosa di nuovo che potrebbe portarlo ovunque. L'innocenza e la freschezza del suo atteggiamento lo metteranno al riparo da possibili pericoli. La scelta di buttarsi in qualcosa di nuovo non è dettata dalla ragione, ma piuttosto dall'istinto e dallo Spirito che lo guida”.
Questa è la sua carta, l'Arcano Maggiore che ha lo zero per numero perché è fuori dal tempo, questa e non l'abile Mago, il potente Imperatore, lo ieratico Papa o il Trionfatore sul suo carro di gloria posticcia. La sua è sempre una scelta di libertà, all'interno della musica come all'esterno di essa. E che ci siano gli sberleffi, le risate, i giudizi e i pregiudizi, nulla distoglie il Fool dal suo incanto. La sua voce entra nell'anima come un raggio di luce in una stanza piena di specchi. Nulla rimane immobile, tutto danza di riflessi e di colori. Nulla rimane inerte.
I piedi si sollevano, molleggiano, respirano, accompagnano la voce nel volo anche per noi, che rimaniamo a terra. (mlml)

read more "The fool on the stage," A piedi nudi sul palco""